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ULTIME NOTIZIE SULLE CAMPANE DI TROIA  

Pubblicato su Carte di Puglia n° 2/05

Nel corso delle mie ricerche sui sacri bronzi delle chiese troiane mi sono imbattuto, talora casualmente, in fonti a mio avviso "uniche", rinvenute tra i documenti degli Archivi Capitolare e Diocesano di Troia e le carte dell'Archivio di Stato di Foggia, tutti contributi certamente preziosi alla ricostruzione di vicende che ormai le ali del tempo hanno inesorabilmente coperto e che, con lungo andare, finirebbero perdute per sempre.

Le campane della cattedrale

In questa sede voglio segnalare innanzitutto, per il suo notevole interesse documentario e storico, un contratto stipulato in data 8/3/1819 tra il segretario di Mons. Michele Palmieri e il fonditore agnonese Domenico Saja per la rifusione in loco della seconda campana della Cattedrale, pesante 6 cantari e di proprietà del Vescovo. Dopo aver stabilito le condizioni per il lavoro fu pattuito il seguente accordo:

"Oggi che sono li otto del mese di Marzo del corrente anno mille ottocento diciannove in Foggia---------------------------------------.

Io qui sottoscritto Reverendo Sacerdote D. Michele Piangerino delle Noci, attuale Segretario di S. E. R.ma Monsignor D. Michele Palmieri Vescovo di Troja, residente in questa città di Foggia da una parte--------------------------

E Domenico Saia di Agnone artefice di campane, al presente di passaggio in questa suddetta città di Foggia dall’altra parte-------------------------------

Siamo venuti colla presente Scrittura Sinallagmatica a termini dell’Artic. 1325 del Codice Civile provvisoriamente in vigore alla seguente convenzione, cioè-----------------------------------------

  1. Esso Sig. Saja si obbliga costruire in Troja la nuova campana, che appartiene a S. E. R.ma, del peso di cantaja sei circa, fondarla tutta a sue spese, come ancora romperla , calarla, e salirla, e consegnarla perfettamente nel campanile al suo luogo per la fine dell’entrante mese di Aprile mille ottocento diciannove---------------------------------------

  2. Esso Sig. D. Michele Piangerino, si obbliga pagare al suddetto Sig. Saja ducati ventuno, per ogni cantajo di metallo lavorato.

  3. Trovandosi metallo dippiù della campana esistente, o meno, dopo colata, dovrà pagarsi a carlini sette il rotolo, o dall’una o dall’altra parte---------------------------------------

  4. Il pagamento della nuova campana deve essere dopo consegnata nel campanile suddetto-----------------------

  5. Esso Sig. Saja, si obbliga fondere la nuova campana con tutte le regole dell’arte, di buon tuono consegnandola, e garantirla a termini della Legge------------------------------------------

  6. Per la osservanza delle cose sopradette, se ne sono firmati due originali, restando uno a me Don Michele Piangerino, e l’altra in potere del Sig. Domenico Saja, firmati da’ rispettivi caratteri de’ contraenti -------------------------------

Io Sacerdote Michele Piangerino accetto come sopra

Io Domenico Saja, mi obbligo come sopra

Sebastiano Maulucci Testimonio presente

Pasquale D’Agnessa Testimonio presente"

 

ARCHIVIO VESCOVILE DI TROIA - Docum. di rilevanza storica B, Contratto per la consegna della campana "del Vescovo", prima pagina, recto

ARCHIVIO VESCOVILE DI TROIA - Docum. di rilevanza storica B, Contratto per la consegna della campana "del Vescovo", prima pagina, verso

E' questa una memoria di rilievo che conferma ulteriormente la presenza di campanari nomadi, assai frequente in passato, quando "la carenza di una rete viaria ed efficiente e di mezzi idonei per il trasporto di oggetti assai pesanti, specie nella stagione invernale, comportava l'impianto di una fonderia provvisoria nelle vicinanze del campanile, sul quale doveva andare a finire il prodotto". Di particolare importanza risulta l'annotazione "al presente di passaggio in questa suddetta città di Foggia": attraverso varie campane ancora presenti su diversi campanili, modesti o solenni, della nostra zona, è possibile ricostruire un vero e proprio itinerario verosimilmente compiuto dall'artefice Domenico Saja, giunto in Capitanata dalla lontana Agnone. Nel marzo 1819 Domenico Saja si trovava a Foggia perché era stato incaricato di fondere una sacra squilla per il rinascimentale campanile della Collegiata. Quella campana è ancora funzionante e occupa il terzo posto nell'attuale concerto di 6 elementi del Duomo; vale qui la pena di descriverla. Essa misura 106 cm di diametro e pesa 750 Kg ca. Tra le due righe delineate in alto, sulla testata della campana, è inserita l'iscrizione "S. MARIA DELL'ICONAVETERE PROTETTRICE DE' FOGGIANI A. D. 1819". Appena sotto l'iscrizione si svolge una decorazione a festone in giro. Il ventre della campana, ossia il corpo centrale della stessa, è decorato sobriamente con un bassorilievo raffigurante un ostensorio raggiato con la particola consacrata, evidenziata dal trigramma cristologico IHS (Iesus Hominum Salvator): questo singolare attributo sta ad indicare che la campana considerata non apparteneva alla chiesa Collegiata, sebbene ospitata nel suo campanile, ma era della Confraternita del Santissimo Sacramento, con sede nella Cripta della Cattedrale. Si trattò evidentemente della rifusione di un bronzo preesistente, che forse si era incrinato: infatti, già nella relazione sulle vicende storiche della Cattedrale di Foggia dalla sua fondazione al 1680, redatta dal canonico Girolamo Calvanese nel dicembre 1694, in occasione della visita Pastorale di Mons. E. G. Cavalieri, Vescovo della Diocesi di Troia, a proposito del campanile (edificato nel 1646) si legge: "Vi sono due campane della chiesa, l'altra del SS.mo, la quarta campana grande è rotta, e servata la forma nell'istrumento stipulato con la città nel 1622 devesi rifare dalla medesima città" . Questa campana rintoccava, tra l’altro, quando i confratelli del SS.mo portavano il viatico ai malati, come si deduce dal "Ristretto delle nuove Capitulaz.ni fac.de della nuova confraternita del SS.mo Corpus Dni" datato al 5 marzo 1705 e conservato nell’Archivio Vescovile di Troia. Il prefato documento registra infatti: "In primis, che li Signori Mercanti , e Negozianti di questa piazza debbiano (sic) con il solito loro zelo andare ad accompagnare il SS.mo Viatico per l’infermi in qualunque giorno, et in qualunque hora, sonando li tocchi della campana, secondo il solito, ma con più sollecitudine, et in maggiore numero del solito". Lo stato di conservazione di questo bene culturale dimenticato, può dirsi discreto: oltre ad una piccolissima sbrecciatura sull'orlo inferiore, va notato che la superficie rivolta all'esterno della torre, diversamente da quella che da' verso l'interno della cella, è assai ossidata: l'azione degli agenti atmosferici lungo i 185 anni di vita del sacro bronzo ha generato naturalmente una insidiosa patina verde-bluastra. Essa impedisce all'occhio di distinguere chiaramente il bassorilievo presente su quel lato: sembra trattarsi di un crocifisso. Questa campana, assieme alle due sorelle maggiori, il campanone (detto comunemente "la campana della Madonna") e la campana seconda, è dotata di un particolare dispositivo elettromeccanico che ne permette, in occasione dei giorni festivi, delle solennità e delle processioni, il suono "a dondolamento col battente", a campana ferma, secondo un antichissimo metodo un tempo manuale e assai diffuso nell'Italia centrale e meridionale .

Foggia, Collegiata. La campana terza, fusa nel 1819 dall'artefice di Agnone Domenico Saja.

Foggia, Collegiata. Particolare dell'inconsueto bassorilievo con l'ostensorio raggiato e interno della campana, col dispositivo elettromeccanico per il suono "a dondolamento col battente".

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Fino ad ora, le notizie più antiche relative al "campanone" della Cattedrale di Troia indicavano come prima data di fusione il 1464. In realtà la prima campana maggiore di cui la chiesa venne dotata risale a più di tre secoli prima, e per la precisione al 1137. Si trattò di un bronzo "commemorativo", fatto fondere dall’allora vescovo Guglielmo II Normanno per ricordare un fausto evento: il ritorno dei cittadini profughi nelle loro abitazioni e il conseguente ripopolarsi del paese, dopo alcuni anni in cui era stato completamente disabitato, a seguito di una lunga serie di alterni fatti storici che è bene rievocare in breve. Già dal principio dello scisma tra Chiesa d’oriente e Chiesa d’occidente nel lontano 1059, Troia era rimasta latina e legata a Roma, che la aveva ricompensata conferendole privilegi ed esenzioni. Quando l’antipapa Anacleto II, succeduto a Gregorio VIII antipapa, invase il pontificato, e si fortificò nella città di Roma, il Papa Innocenzo II, vero Vicario di Cristo in terra, fu costretto a rifugiarsi in Francia. Dal canto suo Anacleto, per fortificarsi, si conquistò il favore di Ruggero II di Sicilia, Normanno, concedendogli il titolo di Re, che gli era stato negato in precedenza da Innocenzo, e donandogli l’Abruzzo, la Basilicata, il Ducato di Puglia ed il Principato di Capua. Tra le città più ostili a Ruggero c’era proprio Troia che parteggiava per il partito Papalino. Quando Lotario II imperatore, Duca di Sassonia, alleato del Papa, dopo essere sceso in Italia per tentare di cacciare Anacleto, non potendovi resistere "perché non haveva menato seco più di 2000 soldati", se ne tornò in Germania, Ruggero colse l’occasione per assaltare la Puglia e, ricordandosi della ribellione dei troiani, il primo agosto dell’anno 1133 sfogò il suo sdegno contro la città, la prese e la distrusse, e divise il popolo troiano in 12 casali. Nel 1135 l’Imperatore Lotario con l’intento di liberare l’Impero dal nemico, prese Amalfi con le terre circostanti. Ruggero fu posto in fuga dai Pisani, uniti con i Papalini, e se ne andò in Sicilia. E il papa tornò a Roma con Enrico, genero di Lotario, e indetto un concilio, scomunicò Anacleto e Ruggero. Enrico portò l’esercito in Campania e, riconquistatala, giunse in Puglia dove "con poco contrasto prese Troia, che stava dissabitata delli Cittadini Troiani, et tornorono questi ad habitarla". E fu così che nel detto anno 1137 in cui Troia "fu tornata ad habitarsi, il Vescovo per allegrezza fece fare in giorno di sabato del mese d’ottobre una campana di libbre 3000, e donolla alla Chiesa".

Ancora relativamente alle campane della Cattedrale, va segnalata, fatto del tutto singolare, l'individuazione di una curiosa foto d'epoca col prospetto del Duomo, in cui il fornice della campana maggiore si presenta vuoto. Tale immagine compare alla pag. 10 del fascicolo N.86, appartenente alla serie "Le cento città d'Italia illustrate", relativo a Foggia e alla Capitanata ed edito verso gli anni 1940-50 dalla Sonzogno di Milano. Si tratta della riproposizione, in forma elegante e pregiata, curata da Guido Vincenzoni con la collaborazione di noti scrittori e studiosi del tempo, di una collana omonima iniziata nel 1887 come supplemento mensile illustrato de " Il SECOLO", che era corredata delle medesime immagini incise.

Poiché il supplemento originale N. 10725, redatto dal "gerente responsabile" Aniceto Persighetti, risale al 25 ottobre 1895, ne deriva evidentemente che la foto della cattedrale fu scattata tre anni prima, nel 1892, proprio mentre la nuova campana maggiore era in fusione, o comunque prima che venisse ricollocata al suo posto: una perizia conservata in Curia tra i documenti del Capitolo Cattedrale, datata al 14 agosto 1892, elenca tutto l'occorrente per la rifusione di tre campane della Cattedrale, del peso complessivo di 22 quintali. Raccontano che, quando il vecchio campanone si incrinò, i troiani avvertirono imminente bisogno di ripararlo. Pertanto furono interpellati gli abili maestri d'arte campanaria di Agnone. E come luogo in cui realizzare la "forma" per la colata furono scelti i locali di una ex parrocchia da poco aggregata alla Cattedrale, la chiesa di S. Giovanni al Mercato che, ormai sconsacrata, si trovava in stato di grave abbandono. Inconsapevolmente, però, la forma fu realizzata sulla volta cedevole di una antica fossa tombale, per cui al momento della colata, dato il peso eccessivo del bronzo ed il forte calore, il tutto sprofondò rovinosamente nel sottosuolo. La popolazione interpretò quell'evento come un tristissimo presagio. Ma, superato il primo momento di sgomento, la fossa fu scavata in un luogo di sicura solidità, e per la precisione ai piedi del campanile della Cattedrale. E una gran folla di persone offrì spontaneamente gioielli, monete di rame, d'oro e altri oggetti preziosi, prestando fede ad una antica tradizione secondo cui, se al bronzo si mescola dell'oro, il suono della campana risulterà più puro.

 

COLLEZIONE PRIVATA U.G. PIGNATIELLO - Le due immagini che mostrano la torre campanaria della cattedrale priva del campanone. Quella a sinistra è l'originale pubblicata negli anni 1940-50, l'altra è la rispettiva incisione uscita cinquant' anni prima nel 1895.

Le campane di S. Domenico

Tra le campane più preziose a livello di microstoria del nostro territorio figurano le due vetuste squille "affacciate" al campanile a vela della trecentesca chiesa di S. Domenico. Esse, pesanti rispettivamente 250 Kg ca e 130 Kg ca, riportano, ad indicazione della data di fusione, l'anno 1755, e la più grande, irrimediabilmente incrinata dall'uso e dall'ingiuria dei tempi, tramanda il nome del fonditore di entrambe: oltre ad una devota invocazione alla Vergine Immacolata vi si legge "Opus Johannes Dominici Tarentini Terre Ursarie", Opera di Giovanni Domenico Tarantino della Terra d'Orsara. Risulta quindi inequivocabile che si tratta di due opere, di discreta fattura, ascrivibili ad una bottega locale operante durante la seconda metà del sec. XVIII. L'officina poteva certamente vantare la grande competenza ed esperienza delle maestranze che vi lavoravano, come è possibile dedurre ancora una volta dalla documentazione archivistica pervenutaci. Nella sezione manoscritti della Biblioteca Diocesana di Troia, infatti, tra gli statini dei matrimoni celebrati nel 1740, sono stati rinvenuti gli atti dello stato libero del Magnifico Giandomenico Tarantino: dovrebbe trattarsi, salvo un singolare caso di omonimia, proprio dell'artefice in questione, il quale nacque ad Orsara il 29 marzo 1703 dai coniugi Porzia Straziota, orsarese, e Francesco Tarantino della città di S. Angelo dei Lombardi. Questa indicazione, se riferita alla persona esatta, ascriverebbe Giandomenico alla antica e nota dinastia dei fonditori Tarantino, che per molti anni, assieme ai Ripandelli, mantennero la tradizionale arte della fonderia di campane nella cittadina Irpina. Tali ditte fonditrici risultano essere state particolarmente attive nel Subappennino Dauno e in diocesi di Troia lungo tutto il corso del sec. XIX: Michele Tarantino plasmò nel 1873 e nel 1889 due campane rispettivamente per le chiese di S. Francesco e dell’Annunziata di Troia, mentre il suo nome fu da lui registrato, a perpetuarne la memoria, su un sacro bronzo di notevoli dimensioni (diametro della bocca: cm 90; altezza esclusi gli anelli terminali di sostegno: 80 cm) fuso per la Parrocchiale di S. Maria Assunta in Biccari nell’ "Anno Domini 1886". Peculiari di questo artefice sono soprattutto le invocazioni alla Madonna che egli soleva iscrivere sui suoi manufatti, ricavandole sovente dal Saluto angelico di Nazaret e quindi dalla chiara preghiera dell’Ave Maria ("Ave Maria Gratia Plena ora pro nobis"; "Sancta Maria ora pro nobis"). Un altro membro della famiglia Tarantino di S. Angelo dei Lombardi portò il nome di Fiore: il Censimento delle Campane della Diocesi di Troia, compilato nel 1943, registra che una delle due campane della Regolare di S. Antonio, sempre in Biccari, era stata da lui realizzata nel 1872. Il bronzo risulta del diametro di 63 cm e decorato con greche e ricami e con le figure dell’Immacolata, di S. Antonio di Padova e S. Donato, protettore della comunità biccarese. Quanto all’altra dinastia di fonditori irpini, sappiamo che nel 1832 i "Fratres Ripandelli Sancti Angeli Lombardorum" fusero una campana di 800 Kg, alta 110 cm e del diametro di 109 cm per il campanile della chiesa parrocchiale di S. Angelo e S. Nicola di Orsara, dedicandola all’Arcangelo Michele, potente patrono orsarese, e fregiandola di una particolare fascia a ricami lungo la corona superiore. Sei anni dopo, e per la precisione nel 1838, Antonio Ripandelli rifuse una campana per la piccola vela di S. Vincenzo Martire a Troia. La squilla originale, pesante 110 Kg, non esiste più: fu nuovamente colata nel 1963 dalla fonderia Giustozzi di Trani. Infine, sempre a Troia, nella chiesa di S. Domenico è conservato un ennesimo interessantissimo reperto campanario: si tratta di una campana fatiscente e inservibile depositata nella cappella laterale della chiesa. Su di essa si legge: "TARANTINO E RIPANDELLI FECERO A.D. 1894". Ne scaturisce la non improbabile ipotesi secondo cui verso la fine dell’ 800 le due ditte fonditrici di S. Angelo dei Lombardi si sarebbero associate unendo e armonizzando le loro abilità e conoscenze tecniche nel campo dell’arte fusoria per ottenere dei prodotti ancora migliori qualitativamente in fatto di resa sonora e perfezione artistica.

Le campane della chiesa dell'Annunziata

Un cospicuo carteggio dell'archivio di Stato di Foggia, come già anticipato, mi ha permesso di giungere a conoscenza delle vicende inedite relative alla fusione di una campana, oggi non più esistente, per il Pio Stabilimento dell'Annunziata di Troia e inerenti al periodo che intercorre tra il 1824 e il 1829. Si tratta di una storia davvero singolare per via delle implicazioni legali che comportò, fino a rasentare l'ambito giudiziario. Tutto ebbe inizio quando il Priore "pro tempore" della Congregazione della SS. Annunziata, D. Baldassarre Salandra pensò di far rifondere la più piccola delle tre campane esistenti in quella chiesa, che si era incrinata, affidandola all'artefice di Agnone Domenico Saja. Questi, con dichiarazione dell'11 ottobre 1824, sottoscritta da lui e dai testimoni Isidoro Maria Stanchi e Luigi Frisoli, assicurava di aver ricevuto il metallo della detta campana rotta del peso di rotoli 125, e si obbligava "a fonderne un'altra di simil peso a tutte sue spese, e consegnarla nella Sagrestia di detta chiesa, con riceversi per manifattura della medesima il compenso di ducati 12, da pagarsi nel giorno della consegna". Il fonditore avrebbe adempiuto alla consegna appena gli fosse riuscito di avere la campana appartenente alla chiesa del comune di Celle San Vito, per fonderle così unitamente. Detto campanaro realizzò la forma per la nuova fusione, in un basso del soppresso Convento di S. Bernardino, ma poi partì da Troia portando con sé la campana, e non vi fece più ritorno per completare l'esecuzione. La faccenda rimase sotto silenzio fino all'ottobre 1826, quando l'Amministrazione della congrega passò a Michelangelo Lostorto, il quale, in una lettera inviata al Signor San Angelo, Intendente di Capitanata e Presidente del Consiglio Generale di Beneficenza, il 22 marzo 1827 riferì che la campana rotta venduta "con grande scandalo della popolazione"dal suo predecessore Baldassarre Salandra si bramava dalla Marchesa del Vasto per rifonderla a sue spese, "avendo (sott. ella) della grande divozione per questa chiesa dell'Annunziata".Il Lostorto pregava così l'Intendente perché desse le opportune disposizioni in modo da costringere lo stesso Salandra a consegnare il metallo. Era pertanto necessario sapere con certezza quale fosse il peso effettivo della campana rotta in quanto, avendo "l'impudenza dei nemici" preteso di dichiarare la scrittura d'obbliganza stilata dal Saja falsa e fatta in frode dello Stabilimento, le opinioni a tale proposito erano le più svariate e contrastanti: il Salandra sosteneva la tesi dei 125 rotoli, il Lostorto attestava che il peso del metallo "doveva essere di cantaja sette", mentre il Giudice Regio aveva verificato "di essere di circa cantaja tre". Allora l'Intendente, con suo ufficio del 29 maggio 1827 n° 2712, affidò al Dottor Giuseppe Petruzzi, Regio Giudice Supplente del Circondario di Troja, il compito di liquidare il vero peso della campana. Pertanto questi, volendosi assicurare almeno di una valore approssimativo, si trasferì personalmente nella chiesa dell'Annunziata e, salito sul campanile con l'intervento dell'allora amministratore e, chiamati i maestri falegnami Pasquale de Leonardis e Francesco Paolo Lizzi, ed i muratori Luigi Gioioso e Saverio Aquilino, tutti domiciliati in Troia, fece calare da costoro una delle due campane esistenti, e propriamente la minore che era simile a quella data a fondere dal Salandra. Tale campana, pesata diligentemente, si trovò del peso netto del solo metallo di rotoli 270, per cui, operando una deduzione di peso "a regola d'arte", si sottrassero da tale cifra i dispari rotoli settanta rilevando che il peso della campana rotta ascendeva approssimativamente a circa 200 rotoli. Il Consiglio Generale di Capitanata, con ufficio del 15 settembre 1827 n°1863, pregò il Regio Giudice di "obbligare con tutti i mezzi coattivi il passato amministratore Sig.D. Baldassarre Salandra alla pronta consegna del metallo della campana suddetta nella suddetta quantità". E il Salandra, vedendosi obbligato alla consegna di rotoli 200 di metallo (due cantaje) continuò, senza tuttavia riuscire a piegare la decisione del Consiglio di Beneficenza, a far presente a "Sua Eccellenza il Signor Intendente" che il peso della campana in questione era di rotoli 125, come poteva constatarsi "da' maestri che la calarono dal campanile, e dalle persone probe che assistettero al peso, quando dall'oratore venne all'artefice consegnata, nonché dall'obbligo dell'artefice medesimo". Lo stesso Salandra, dovendo a sua volta ricevere il metallo dal fonditore di Agnone per poterlo restituire, implorò dal detto Consiglio Generale una proroga di 40 giorni che gli fu subito accordata, ma scaduto il termine il metallo ancora non si era visto. Così l'Intendente si risolse a interpellare il Sotto Intendente di Bovino imponendogli, con ufficio del 15 gennaio 1828 n°985, di spedire subito due piantoni in casa dell'ex amministratore, "da non ammuoversi se pria non sarà adempiuta la consegna del metallo suddetto". L'ordine fu eseguito solo dopo cinque mesi e i due piantoni furono piazzati dove prescritto il 17 giugno di quell'anno.

Ma il Salandra, nonostante tutto, continuò a chiedere dilazioni, fino a un totale di quattro per lo spazio del solo anno 1828, sicché "lo sperimento della coazione" andò avanti con il coinvolgimento del "Primo Battaglione e Squadrone di Gendarmeria Reale Comando dell'Arma in Capitanata" che sostituì i due piantoni con due gendarmi fissi perennemente in casa del medesimo. Messo alle strette finalmente nell'agosto 1828 l'ex priore consegnò in piccoli pezzi 43 rotoli di metallo all'amministratore M. Lostorto il quale, fattoli osservare ad un maestro conoscitore del bronzo ebbe la conferma che si trattava di "schiuma di metallo inservibile". Per tutto il dippiù che mancava a compiere le due cantaja del voluto metallo, giusta la decisione del consiglio di Beneficenza, si disse pronto a "pagarne l'importo a ragione di docati 50 il cantajo", qualora non gli fosse riuscito di recuperare il bronzo dall'artefice maestro campanaro Saja, rilasciando a favore dell'Amministratore della congrega un biglietto di tenuta uguale all'importo del dippiù mancante con la firma di suo fratello Giuseppe Salandra, pagabile entro dicembre 1828. Allora il Consiglio Generale accordò la sospensione delle coazioni e la dilazione di un mese per la consegna dei residuali rotoli 157 di metallo. Senza aspettare il termine di tale differimento, entro il 27 novembre 1828 il Salandra aveva consegnato i dovuti "docati 78 e grana cinquanta". Subito Lostorto, amministratore dello Stabilimento, mandò a chiamare il fonditore Ferdinando Olita, del comune di Vignola, in Basilicata, residente a Lucera, per formare una nuova campana di due cantaje, convenendo con lo stesso per ducati 65 il cantajo, per cui l'intero valore sarebbe ammontato a ducati 130.

Siccome il denaro che si sarebbe recuperato dal Salandra, compreso il metallo rotto in rotoli 43, era di ducati 100, occorreva il resto di ducati trenta. Poiché le circostanze di quello Stabilimento non permettevano che la detta somma di ducati 30 si prendesse dalle imprevedute di quell'anno, né poteva rateizzarsi tra i confratelli in quanto essi non avevano mai contribuito a cosa alcuna per il mantenimento della chiesa, e quei pochi registrati nel libro non intervenivano mai in congregazione, l'amministratore stesso si offrì per finanziare la fusione, compiendo un prestito gratis in onore della SS.ma vergine, pregandola poi a benignarsi di dargli "le analoghe autorizzazioni, onde ricuperare della somma dal cassiere del venturo anno, con approvare insieme la formazione della nuova campana, contrastata da due anni continui" con qualche sua inimicizia. Se non che il Consiglio Generale determinò che si acquistasse per la chiesa dell'Annunziata una campana del valore non superiore alla somma che era disponibile all'oggettoe così il priore Lostorto, con i 43 rotoli di metallo e i 78.05 ducati ricevuti dal passato amministratore Salandra, fece formare al succitato fonditore una squilla di rotoli 152, pesante esattamente quanto quella che si era incrinata cinque anni prima, e del costo di ducati 99.60, come appare dalla ricevuta qui trascritta:

"Ho ricevuto io qui sottoscritto Ferdinando Olita Maestro Campanaro del Comune di Vignola della Provincia di Basilicata domiciliato in quello di Lucera Provincia di Capitanata dal Sig.r Michelangelo Lostorto attuale Amministratore del pio Stabilimento della SS. Annunziata di Troja la somma di ducati novantanove e grana sessanta, e sono del prezzo di una campana consegnata al detto Amministratore del peso di rotoli cento cinquantadue alla ragione di ducati sessantacinque il cantajo, e pel prezzo di un battocchio di ferro per uso di detta campana di rotoli sette circa. Onde a cautela

Dico Ducati 99.60"

Ferdinando Olita Troja li 25 marzo 1829

Il sacro bronzo fu benedetto dal Vescovo Mons. Antonino Monforte il giorno 24 di marzo dello stesso anno e fu posta in azione nel medesimo giorno "con grande ammirazione del popolo".

Di seguito, a conclusione del lungo excursus, si riporta il notamento delle spese occorse per l'installazione della campana:

Notamento di spese fatte per la nuova Campana

Annunziata

Il Manichone lungo palmi 5……………………………..……..duc. 1=40

Per quattro Grappe…………………………………………..…duc. 0=80

Per chiodi addattati alla medesima…………………...…duc. 0=30

Le castagniole di legname, e ferro dentro al muro……duc. 0=65

Per accomodo del Palo di ferro……………………………….duc. 0=15

Per Salatura sopra al campanile.........................… duc. 0=80

Per trasportarla alla chiesa, perché la dovette benedire

Monsignore,e castelletto………...........................duc.0=60

Sovatto…………………………………………………………….duc. 0=12

Funa……………………………………………………………….duc. 0=30

                                                                ------------

                                                                       5=12

ARCHIVIO DI STATO DI FOGGIA - Opere Pie, SI B 1868, f.5, Ricevuta di ducati 99.60 per la fusione della nuova campana dello Stabilimento dell'Annunziata.

ARCHIVIO DI STATO DI FOGGIA - Opere Pie, SI B 1868, f.5, Preventivo delle spese connesse all' installazione del sacro bronzo.

***

Fino al 1952 sul campanile della chiesa dell'Annunziata erano site tre campane rispettivamente del peso di 220 Kg, 120 Kg e 105 Kg. Quando in quell'anno il tempio fu chiuso al culto, la prima campana venne portata sulla torre campanaria di S. Francesco, mentre le campane terza e seconda vennero trasferite sul campanile di S. Giovanni al Mercato. Sul manto dell' appena citata campana seconda (già proveniente dalla chiesa di S. Leonardo e ora la prima nel concerto di S. Giovanni al Mercato) è presente in rilievo uno " strano simbolo a "B" coricata ", all'apparenza difficilmente decifrabile. Esso è in realtà una riproduzione parziale e semplificata, denotata cioè dall’espunzione di ogni particolare, del logo della Confraternita di S. Leonardo, fondata nel 1475 a Troia dal Vescovo Stefano Gruben. Si tratta infatti non di una "B" rovesciata, bensì di un paio di manette la cui forma e posizione ricorda quella della seconda lettera dell’alfabeto latino, con chiaro riferimento a S. Leonardo stesso, cui il bronzo è dedicato. Egli infatti, da patrono dei carcerati, intercede per liberarci da ogni genere di catene e da ogni schiavitù morale e materiale. Tutto ciò afferisce all' "universo" , in larga parte ancora inesplorato, dei segni iconografici impressi sulle campane, che spesso, alla maniera degli affreschi e delle pitture negli edifici religiosi, sono così carichi di riferimenti e significati simbolici da conferire anche ad una piccola squilla la ricchezza propria di una piccola Bibbia del popolo.

Foto delle targhe troiane del 1595 con il simbolo della confraternita di S. Leonardo . Sono evidenti le manette e la catena.

 

UN ESEMPIO DI CAMPANA DI COMMITTENZA DUCALE NELLA CHIESA DI S. MARIA DELLE GRAZIE IN CONTRADA TERTIVERI

Descrizione tecnico-artistica e ipotesi storiche sul padronato dei duchi Pignatelli di Montecalvo Irpino

Sul caratteristico campanile a vela della cappella di S. Maria delle Grazie a ertiveri è appesa una campana pesante 100 Kg ca., la cui iscrizione rappresenta l’unica testimonianza epigrafica ancora presente in quella chiesa e permette di ipotizzarne diverse vicende relative al presunto diritto di padronato che su di essa poterono esercitare i Duchi Pignatelli di Montecalvo. Il manufatto, peraltro abbastanza ben conservato a parte lievi scheggiature lungo l’orlo inferiore, è quasi certamente opera di qualche bottega locale attiva alla fine del XVIII sec., ma non riporta il nome dell’artefice. Si può comunque affermare con certezza il carattere "moderno" del prodotto : il diametro alla bocca, di 60 cm, è uguale alla misura dell’altezza (calcolata escludendo la corona a tre maniglie, alta 17 cm). In alto su tre righe si legge:

"(1a riga superiore) DOM. IOANNES PIGNATELLIVS MONTISCALVI DVX ET FEVDI TVRTIBERIS DNVS/(2a riga superiore) TEMPORE AFFICTVS FRATRVM LAMONICA TERRAE ORSARIAE/(3a riga superiore) FIERI MANDAVIT A.R.S. MDCCLXXXIX"

(testo integrato):

"DOM(inus) IOANNES PIGNATELLIVS MONTISCALVI DUX ET FEVDI TVRTIBERIS D(omi)NVS/TEMPORE AFFICTVS FRATRUM LAMONICA TERRAE ORSARIAE/FIERI MANDAVIT A(nno) R(eparatae) S(alutis) MDCCLXXXIX"

Il testo, scritto in un latino tardo e non sempre grammaticalmente corretto, può tradursi letteralmente come segue :

"Don Giovanni Pignatelli, Duca di Montecalvo e Signore del Feudo di Tertiveri, nel periodo del fitto dei fratelli Lamonica della Terra d’Orsara fece fondere nell’anno della Redenzione 1789".

Il Duca Giovanni Pignatelli fu quindi il munifico benefattore che procurò la fusione della campana. Poche sono le notizie di cui si dispone quanto ai fratelli Lamonica, evidentemente affittuari nella proprietà del duca: alcuni documenti della Biblioteca privata della famiglia Jamele di Troia riportano che proprio nel 1789 Don Vincenzo Lamonica era Arciprete del Capitolo di Orsara, e si azzarda l’ipotesi che lo stesso possa essere stato in contemporanea Cappellano di Tertiveri. "Fratello germano del detto Arciprete" fu Clemente Lamonica, il quale forse ricopriva il ruolo di Economo o Guardiano della detta cappella della Madonna delle Grazie. E’auspicabile in futuro l’individuazione di documenti archivistici tali da confermare le congetture sopra esposte.

La campana presenta in alto, sotto l’iscrizione, un fregio in giro. E’ inoltre decorata da due bassorilievi: da un lato spicca una graziosa Madonna Immacolata con aureola di sette stelle e ai suoi piedi un breve fregio il cui motivo si ripete, in giro ed in modo speculare, lungo la fascia decorativa appena sopre la bocca della campana; dal lato opposto alla Madonna campeggia lo stemma nobiliare dei Pignatelli. La riproduzione dell’arma apposta sulla campana presenta delle interessanti particolarità: nei manuali di araldica lo stemma della famiglia Pignatelli di Montecalvo, comune pure ai rami di Casalnuovo e Monteroduni, risulta: "Di oro con tre pignatte di nero disposte 2,1 (le due superiori affrontate), con un lambello a tre pendenti di rosso nel capo" . Diversamente, sul manto della campana l’arma, sebbene presenti tutti gli elementi suddetti, il lambello e le tre pignatte, ha queste ultime disposte 1,2 di cui le due inferiori affrontate. Imperfezioni formali possono riscontrarsi nell’epigrafe: le lettere che la compongono non sono infatti sempre perfettamente allineate tra loro entro il sistema bilineare, specie nei termini finali del secondo rigo, dove in "TERRAE" la doppia R è alquanto inclinata, mentre la S di "ORSARIAE" è ben più bassa rispetto ai segni grafici circonvicini. Questa squilla viene sonata manualmente a distesa grazie ad un asse di ferro con cicogna che, sostituendo il vecchio supporto ligneo originale, la tiene in bilico e le permette di spiegare i suoi rintocchi argentini per chiamare la gente dalle vicine masserie per le celebrazioni religiose.

Particolare iscrizione

Particolare stemma Pignatelli

Campana intera

Particolare Madonna

 



 
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