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I nostri padri insegnano

Quando si suonavano le campane… per difendersi dalla grandine

L'autunno, si sa, è la stagione in cui, dopo lunghi mesi di calura estiva, anche la Puglia può finalmente ricevere il beneficio rinfrescante di qualche ben accetto acquazzone. Ma quando la volta del cielo si fa plumbea e il brontolio del tuono si trasforma in scoppi distinti, allora i contadini, presi dall'ansia, affinano l'udito nel timore di avvertire il primo "toc" della tanto temuta grandine. Se la vendemmia è già felicemente terminata, resta il problema dei danni che la meteora può cagionare alle olive e agli agrumi. Perciò i nostri agricoltori sono soliti ricorrere al profano e il più delle volte inefficace aiuto dei teloni e dei cannoni "antigrandine", o, nella peggiore delle ipotesi, al supporto economico dell'assicurazione. Molto più saggi di loro si dimostravano i coltivatori del buon tempo antico: al posto degli spari dei cannoni, essi spandevano per l'aere i rintocchi purificatori delle campane, cui veniva attribuito il potere di presagire disastri e di scongiurarli, nonché la capacità di propiziarsi le grazie divine per salvare i raccolti. Più il campanaro sarebbe stato sollecito, tanto maggiore la probabilità che la grandine e i fulmini non entrassero nel territorio. Di tali consuetudini, in passato particolarmente sentite nella regione Appulo-Garganica, dove addirittura spesso, per aumentarne l'efficacia si aggiungeva al bronzo da campana qualche reliquia con infiorescenze di salice, non restano che poche testimonianze, fissate a perenne ricordo dai fonditori proprio sul manto dei sacri bronzi. In molte iscrizione ricorrenti sulle antiche campane dei nostri paesi si riscontrano infatti espressioni del tipo: "FULMINA FRANGO-DISSIPO VENTOS" (Spezzo le folgori-disperdo i venti), oppure "COMPELLO FULGURA - FUGO FULMINA" (Allontano il maltempo e i fulmini), o ancora "GRANDO NOCENS ABSIT UBICUMQUE SONUS MEUS ASSIT" (Il flagello della grandine sia lungi da qualunque luogo in cui si spande il mio suono), e "SIT PER ME FUGATUM OMNIA GENERA TEMPESTATUM" (Sia grazie a me posto in fuga ogni tipo di tempesta). Così quando le campane venivano suonate "a stormo", o meglio, come certi detti popolari indicavano, "a temporale", "a malacqua" o "a scongiuro", i fedeli si riunivano in chiesa dove, assieme al sacerdote, recitavano le litanie dei Santi con le analoghe preci "ad repellendas tempestates", appositamente stabilite dal "Rituale Ecclesiastico". Non va però passato sottosilenzio che lungo i secoli l'uso di scampanare per deviare le tempeste ha spesso incontrato feroci oppositori. In Francia, ad esempio, l'illuminista Giuseppe II e Napoleone lo bandirono addirittura, ma senza ottenere alcun riscontro da parte dei contadini che, imperterriti, quando minacciava cattivo tempo, ricorrevano al solito infallibile metodo, ricavandone effettivi benefici. Al principio del 1800 anche la Capitanata poté vantare alcuni filosofi e scienziati moderni che, sulla scia delle teorie illuministe, si atteggiarono a "spiriti forti" in proposito, pretendendo di definire l'inutilità del suono delle campane con la spiegazione "scientifica" in base alla quale esso urta l'aria secondo varie correnti, la sparpaglia, la rarifica e la rende meno capace di presentare resistenza al "fuoco elettrico" del fulmine. Conclusione? Lo scampanio non distrugge i fulmini ma li richiama.

Tra questi "sapientoni" illuminati dalla fisica e dalla filosofia "benefica" non mancò il Frate (!) Michelangelo Manicone che, nel suo scritto "La Fisica Appula", a sostegno delle prefate teorie riportò il caso di alcuni Cappuccini uccisi dai fulmini a Monte S. Angelo mentre scampanavano. In quel caso una micidiale saetta andò a scaricarsi sul bronzo delle campane, e la scarica elettrica si propagò lungo le funi di canapa (vero e proprio equivalente delle "messe a terra") fino a raggiungere i suonatori al suolo, che rimasero così folgorati. L'incidente avrebbe di fatto potuto evitarsi, ma non fu certo dovuto alla "scandalosa ignoranza" del popolo, colpevole solo di aver fede nella forza divina dei sacri bronzi, conferita loro mediante la santa consacrazione ricevuta, e che li rende tali da mettere in fuga gli spiriti maligni. La reale cagione del disastro fu invece una fatale leggerezza dei frati stessi i quali, evidentemente, cominciarono a muovere le campane troppo tardi, quando ormai il temporale era sopra di loro, e non al sopravvenire dello stesso, come invece andava fatto. Al giorno d'oggi queste tradizioni sono ormai soltanto un ricordo e l'uomo, ancora una volta eccessivamente fiducioso nella scienza e nella ragione, è spinto a deridere e farsi beffa della semplicità dei nostri avi i quali, col frequente ricorso alla preghiera del cuore, viva e potente riuscivano davvero a destare la misericordia di Dio, cosa che a noi riesce particolarmente ardua. Non gioca quindi a nostro favore la riscoperta e il recupero di una fede vera, non trita e confinata unicamente a momenti esteriori, ma sentita e condivisa nel fiducioso abbandono alla grazia del Padre?


 
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