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    Brevi cenni sulla storia delle campane, i bronzi piu’ famosi e le tecniche di fusione

    (1) Le origini della campana si perdono nell’antichità ma, secondo la tradizione, fu San Paolino, vescovo di Nola, a introdurre le campane nelle funzioni religiose verso il 400 d. C. (Nola si trova in Campania, il che spiega l’origine stessa della parola nella lingua italiana: "campana" infatti deriva dal latino aera o vasa campana, letteralmente "vasi di bronzo della Campania"). Prima di allora i sacerdoti probabilmente chiamavano i fedeli alla preghiera percuotendo pezzi di legno o metallo con un bastone. Per tutto il Medioevo i fabbricanti di campane furono degli itineranti, che si fermavano nei luoghi in cui stava sorgendo una nuova chiesa per fondere le loro campane all’aperto, all’ombra del campanile. Oggi in Europa esistono circa una decina di fonderie, quasi sempre piccole aziende a gestione familiare che si sono tramandate i loro segreti di generazione in generazione. Le campane delle chiese sono di bronzo, una lega formata da 78 parti di rame rosso e 22 di stagno bianco inventata circa 5000 anni fa, robusta, facilmente fusibile ed estremamente sonora. Una campana di bronzo perfetta mantiene il suono per uno o due minuti. E’ lo stagno che rende squillante il rame di per sé sordo, ma questo metallo deve essere accuratamente dosato perché una quantità eccessiva renderebbe fragile la lega.

    Riproduzione di stampa d'epoca con la campana maggiore di S. Pietro in Vaticano a Roma, rifusa sotto il pontificato di Pio VII, nel 1786. Il bronzo pesa 10.080 Kg ed è alto 3 m.

    Basilica di San Marco a Venezia. La campana maggiore detta la "Trottiera" (o dietro nona) perché in antico al suo suono i nobili mettevano al trotto le mule per giungere in tempo a Palazzo.

    Come esecutrice musicale la campana è una fantastica virtuosa. Il tono dipende da molti fattori, fra cui il profilo, lo spessore e la composizione del bronzo. Alcuni fonditori moderni danno alle loro campane un maggior spessore intorno al bordo per ottenere una nota più acuta di quella desiderata; poi smorzano la tonalità raschiando via il metallo eccedente dall’interno della campana finita. Altri – e soprattutto i fonditori italiani, particolarmente sensibili – disapprovano questo metodo perché convinti che il tono ne risulti irreparabilmente danneggiato. Contando sulla propria esperienza e intuito, questi artisti cercano di dare alle loro campane un tono perfetto sin dall’inizio. In ogni campana la nota fondamentale è accompagnata da un "ronzio" più basso e da numerose note alte emesse dallo stesso colpo di battaglio. E’ da questa consonanza che si ottiene il timbro della campana. Una semplice formula determina il rapporto fra dimensione e tonalità. Per ottenere la stessa nota, ma più bassa di un’ottava, basta raddoppiare il diametro della campana e aumentarne l’altezza e il peso in proporzione. Tuttavia, non esistono due campane con lo stesso identico suono. Se c’è armonia all’interno della campana, l’effetto globale può risultare d’una bellezza senza pari. "Ha una dolcissima voce" dicono con aria da intenditori gli appassionati delle campane.

    Poiché il tono profondo e sonoro dà gioia all’orecchio – e le dimensioni conferiscono prestigio – ci si è sempre orientati verso la costruzione di campane gigantesche. La più grande del mondo – 200 tonnellate – è la Zar Kolokol (regina delle campane), fusa nel 1733 a Mosca per il campanile di Ivan III il Grande, all’interno del Cremlino. Prima di venire installata nella cella campanaria, fu danneggiata da un incendio e se ne staccò un pezzo pesante 11 tonnellate. Montata su una piattaforma di granito, questa enorme campana alta 5,87 metri se ne sta silenziosa in una piazza di Mosca, ormai inutilizzabile. Altrettanto note, anche se meno colossali, sono la Decke Pitter (24 tonnellate) della cattedrale di Colonia e la Great Paul (quasi 17 tonnellate) della cattedrale di San Paolo a Londra. La più grande campana d’Italia è la Maria Dolens (22 tonnellate), che dal 10 aprile 1966 rintocca per i caduti di tutte le guerre sul colle "Miravalle" di Rovereto, nei pressi del Lago di Garda. Famosa infine, più che per le dimensioni (9 tonnellate) per la sua eccezionale bellezza, è la campana maggiore della basilica di San Pietro a Roma, fusa in bronzo dall’orafo Luigi Valadier e collocata in opera dal figlio Giuseppe nel 1786.

    La fabbricazione di una campana è un procedimento complicato e pieno di suspense. Innanzitutto si costruisce, con la guida di una sagoma di legno, una struttura in mattoni che corrisponde esattamente all’interno della campana, l’anima, di forma tronco conica. Sull’anima si sovrappongono strati di argilla fino a formare lo spessore voluto. L’argilla usata è di una qualità speciale in quanto deve resistere all’azione corrosiva del metallo liquido durante la colata. Sulla superficie levigata ottenuta con la sagoma si applicano in cera tutti i fregi, le iscrizioni, gli stemmi e le figure che decoreranno la falsa campana. L’ultima fase di formatura consiste nel preparare il mantello che si ottiene sovrapponendo strati successivi di argilla. L’argilla viene applicata a pennello in strati sottili e uniformi lasciando essiccare tra un’applicazione e l’altra. L’essiccazione si ottiene mediante carboni accesi, sistemati all’interno dell’anima di mattoni, che vi rimangono fino all’approntamento del mantello. Durante questa fase di essiccazione lo strato di cera si scioglie lentamente e viene assorbito completamente dall’argilla (procedimento a cera persa). Terminata la formatura, "il mantello" si solleva e la "falsa campana" viene distrutta fino a liberare l’ "anima". Nel mantello sono naturalmente rimaste impresse le iscrizioni, i fregi e le immagini in negativo. Si ricolloca poi il mantello sull’anima facendo rimanere libero lo spazio prima occupato dalla falsa campana e che verrà riempito dal metallo liquido durante la colata.

    Disegni da depliant della Fonderia Marinelli di Agnone - Costruzione di un modello di campana e sezione del modello completo.

    La fossa dove vengono colate le forme viene completamente riempita di terra, in modo da evitare lo spostamento del mantello, causato dalla spinta metallostatica. Si procede così alla realizzazione della campana colando il bronzo a 1.150 gradi centigradi nello spazio libero tra mantello e anima. Per la fusione si usano forni a riverbero costruiti con mattoni refrattari; il combustibile adottato è in legno di rovere secca, come centinaia di anni fa, questo per evitare la contaminazione del metallo fuso da parte dei gas, che si sprigionerebbero impiegando altri combustibili. Il ciclo di lavorazione di una campana varia da trenta a novanta giorni ed anche più. Il giorno in cui avviene la colata è un giorno importante; possono infatti verificarsi degli incidenti che pregiudicherebbero tutto il lavoro: nello stampo può aprirsi una crepa; lo stagno può consumarsi al calore; impurità possono dar luogo ad una bolla. La cosa più importante è calcolare i tempi alla frazione di secondo. Le porte dell’officina vengono chiuse e il silenzio è rotto solo da qualche ordine: "Alza la siviera (2)! Inclinala ancora un po’…così!" Il fluido incandescente viene versato in fretta nello stampo. A operazione compiuta, si sentono sospiri di sollievo. Quando il metallo si è raffreddato, la nuova campana viene liberata con molta delicatezza dalla sua prigione per essere ammirata da tutti.

    Secoli fa si scoprì che campane di dimensioni diverse potevano suonare motivi – come bicchieri riempiti d’acqua a livelli diversi "suonano" in modo differente quando si passa un dito bagnato sull’orlo – e allora nacquero i "carillon", sistemi di campane fisse, ognuna delle quali produce una nota specifica, che vengono suonati mediante martelletti azionati da una tastiera. In Italia, dove esistono ancora diverse società o unioni di campanari (quella di Santa Anastasia, a Verona, risale al 1776), si organizzano addirittura originalissime gare - concerto di campane. Squadre di virtuosi del bronzo, in primavera e in estate, si avvicendano baldanzose all’interno dei campanili, tese ad eseguire alla perfezione il "programma" stabilito in precedenza dalle autorità parrocchiali: in realtà, più che la conquista del premio – di norma una coppa oppure una medaglia di non grande valore - questa gente sembra impegnata a tenere viva un’antica e preziosa tradizione.

    Le campane, in condizioni normali, durano anche alcuni secoli: una delle cinque campane della chiesa di Santa Maria della Scala a Verona, da quando fu installata nel 1444, non ha mai smesso di funzionare. Alcune campane, poi, hanno mostrato di possedere capacità di sopravvivenza quasi miracolose: quando nel 1902 il vecchio campanile della basilica di San Marco a Venezia – forse a causa della "età avanzata" – improvvisamente crollò, il suo campanone del peso di oltre tre tonnellate e mezza fu trovato intatto in mezzo alle macerie.

    Le campane hanno però una nemica mortale: la guerra. Fino a un secolo fa i cannoni erano fatti per lo più di bronzo, ed era molto diffusa l’abitudine di fondere le campane delle chiese per costruirli. Durante la rivoluzione francese a ogni parrocchia venne concessa una sola campana; le altre – comprese 12 splendide campane della cattedrale di Notre-Dame a Parigi – vennero fuse e utilizzate sui campi di battaglia. Alcune campane "morirono goccia a goccia" nel corso di violentissimi incendi. In Italia circa 13.000 campane furono confiscate per il loro metallo o distrutte in azioni durante la sola seconda guerra mondiale.

    Se riesce a sopravvivere alle ingiurie dell’uomo, la campana è però destinata a morire di morte naturale: il battaglio, con il tempo, può incrinarla, rovinandone la voce. Non c’è rimedio: le campane, infatti, non si possono riparare con successo, se non in rarissimi casi. Il loro destino a quel punto è un’altra fusione. Il metallo delle vecchie campane è ancora buono, e si dice che il bronzo antico abbia un suono più gradevole del nuovo. La nuova colata conserverà l’ "anima" della vecchia campana, qualcosa a cui i fedeli non amano rinunciare.

     NOTE :

    1. Parte del seguente testo è ricavato da un articolo di Ernest O. Hauser, pubblicato su Selezione dal Reader’s Digest dell’aprile 1977.

    2. La siviera è una sorta di secchio utilizzato per la colata.


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